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I MORTI E I VIVI

"Quando vien la notte/noi andiamo vagando sprigionate/dai cupi regni; tolte via le spranghe,/anche Cerbero vagola dintorno./Ma Lete vuol che all'alba si ritorni/alle nostre paludi. Là il nocchiero/prima ci conta e poi ci porta ancora." (Sesto Properzio: "Elegie", VII, Libro Quarto; Rizzoli Editore, trad. Ettore Barelli)


Ci fu un tempo in cui nelle città, nei villaggi, nei piccoli paesi sperduti sui monti, in ogni luogo insomma dove poteva essere presente l'uomo, i morti e i vivi stavano insieme.
Questo fatto singolare che oggi forse ci stupisce non durò pochi giorni o poche settimane o qualche anno, ma andò avanti quasi per un intero secolo agli inizi del sesto millennio dopo Cristo.
Era accaduto infatti che nell'aldilà i morti si erano lamentati con Dio che quel luogo era diventato ormai troppo affollato dopo così tanti millenni di vita umana.
E anche molto noioso!
I discorsi infatti cadevano sempre sulle stesse monotone cose, e se qualcuno era stato per un certo periodo nel Purgatorio, le storie che raccontava su questa esperienza erano anch'esse sempre uggiosamente uguali.
Volevano perciò ritornare sulla Terra.
Dio li ascoltava con molta curiosità.
Mai avrebbe immaginato che la Terra e soprattutto la vita umana potessero esercitare ancora una così sorprendente attrazione sui morti!
Il desiderio di scendere tra i vivi si faceva sentire specialmente in coloro che l'avevano lasciata da tanti millenni, ma anche gli ultimi arrivati non se ne stavano con le mani in mano e manifestavano a Dio con molta ostinazione tutta la loro frenesia di volersene tornare sulla Terra.
Chiedevano di partire Aristotele, il re David, Omero, Platone, Carlo Magno, ma anche Dante Alighieri, Castruccio Castracani, Shakespeare, Michelangelo, Machiavelli, Moliere, Mozart, Goethe, che per la loro superiore intelligenza avrebbero dovuto, al contrario, trovare stimoli più interessanti nella nuova vita ultraterrena.
Invece si lamentavano insieme con gli altri.
Anzi, la loro petulanza era diventata proprio insopportabile!
Ma Dio ascoltava soprattutto le implorazioni di coloro che avevano sofferto di più sulla Terra, perché se essi volevano ugualmente ritornare doveva essere stato davvero grande il loro amore per la vita.
Così un giorno radunò tutti i morti intorno a sé e annunciò sorridendo che aveva deciso di accontentarli.
Vennero suonati sette squilli di tromba e da quel momento le porte dell'aldilà furono spalancate.
Chiunque lo desiderava, poteva varcarle e fare ritorno sulla Terra.
Ce ne fu di confusione in cielo!
Dio stesso si mise davanti ad una delle porte per osservare quell'esodo straordinario.
Gli angeli furono impegnati per giorni e giorni a dare ordine a quella imponente massa di forsennati.
Ci fu chi se ne andò in direzione dell'Europa, chi dell'Asia, chi delle Americhe, chi delle isole più sperdute dell'oceano, chi si recò sui monti, chi entrò nelle grandi metropoli, chi ritrovò la propria casetta adagiata nella campagna.
Alla fine di tutto questo sommovimento, Dio chiamò vicino a sé gli angeli.
Insieme con loro restò in attesa.
Uno sparuto gruppetto di questi morti capitò a Lucca.
Una mattina alcuni abitanti della città, passeggiando nel Fillungo, si videro comparire davanti quegli strani uomini che parevano e non parevano esseri umani.
Li guardarono incuriositi, poi si voltarono a chiamarli.
I morti sorrisero.
Spiegarono di che si trattava.
"Siamo lucchesi come voi" disse uno dei morti che aveva nome Santuccio, il quale, alzando gli occhi verso la Torre delle Ore, la nominò ad alta voce; e così fece per la Torre Guinigi, piazza San Michele e per gli altri monumenti e luoghi della città che ancora si conservavano in quel sesto millennio.
Era cambiata però la gente di Lucca!
Se ne accorsero quei poveri morti non appena ebbero il tempo di visitare la città.
Per le strade, infatti, passeggiavano pedoni che ancora si divertivano a fare "lo struscio" andando avanti e indietro soprattutto nel Fillungo, ma se si levavano gli occhi al cielo si vedeva un gran via vai di aerobici e di aeromobili che si muovevano come cavallette in tutte le direzioni.
Uno dei trapassati di nome Serafino si lasciò scappare un'espressione colorita quando dal cielo sembrò che un aerociclista gli venisse a cadere proprio sulla testa!
Perché Dio non li aveva aggiornati su tutto quanto era accaduto sulla Terra dacché erano morti? si lamentarono.
Serafino, ad esempio, era deceduto alla metà del 1800, quando ancora c'erano le carrozze che trasportavano la gente da un luogo all'altro!
E Duccio aveva lasciato questo mondo nel 1300! allorché, se ci si voleva spostare da una città all'altra, si poteva adoperare solo il cavallo e ci volevano giorni e giorni, se non addirittura molte settimane, per arrivare a destinazione.
Santuccio aveva invece visto la prima automobile agli inizi del 1900.
Anche le botteghe non erano più quelle di una volta e si vendevano le cose più strane.
Erano scomparsi i ristoranti, le rosticcerie, i bar, le rivendite di tabacchi, di generi alimentari, di casalinghi, e accanto alle sale da divertimento che spuntavano ad ogni angolo di strada, si vedevano soprattutto negozi che esponevano tute coloratissime, ricoperte di ogni sorta di minuscoli pulsanti.
Santuccio ebbe voglia di indossare una di quelle tute all'ultima moda. Anche i compagni lo imitarono.
Che divertimento in quei primi giorni ad azionare i bottoncini sparsi dappertutto, ognuno dei quali era in grado di soddisfare un desiderio!
Provarono anche l'aerobici.
Era facile guidarla. Si doveva pedalare come se fosse una normale bicicletta, di quelle che si potevano trovare dovunque fino ai primi secoli del 2000. Soltanto che qui bastava toccarlo appena il pedale, e subito l'aerobici si alzava nel cielo.
Che bello vedere Lucca da lassù, e col manubrio rivolto verso il basso calarsi nelle stradette e passare sopra la folla, eppoi di nuovo riprendere il volo, andare sopra i tetti, girare intorno alle torri, ridiscendere, eppoi risalire!
I nostri amici non fecero altro, in quei primi tempi, che trastullarsi in quel modo, e sulle loro aerobici scorrazzavano sorridenti come tanti ragazzini.
La gente, che ormai sapeva chi fossero, si divertiva a vederseli volare e zigzagare sopra la testa.
Con l'aeromobile invece c'era meno divertimento.
L'aeromobile serviva per i lunghi viaggi ed era usato soprattutto per i collegamenti con gli altri pianeti e le stelle dell'universo.
La guida di questi fantastici mezzi di trasporto era la più semplice che si potesse immaginare. Una volta che ci si era accomodati al posto di guida si davano istruzioni ad un computer posto proprio sotto gli occhi del conducente. Bastava pronunciare il nome del pianeta e l'ora in cui si desiderava arrivare. Se invece si aveva voglia di fare un tragitto diverso da quello solito, era sufficiente suggerirlo a voce al minuscolo congegno.
Da quel momento non c'era da fare più niente né da preoccuparsi.
Anche i problemi del traffico venivano brillantemente risolti dai comandi super elettronici in dotazione allo straordinario veicolo.
Duccio era quello che si divertiva di più.
Certe volte il suo cervello pareva non reggere alla frenesia che prendeva quell'uomo medioevale.
Che ritorno in grande stile era stato il loro!
Era così anche per gli altri compagni che si erano diretti verso altri luoghi della Terra?
I nostri amici intanto avevano trovato alloggio dentro una casermetta delle Mura.
Durante le soste che facevano dopo quei gran divertimenti, si dedicarono a ricercare i luoghi che li avevano resi felici.
Duccio aveva abitato una casetta in corte del Pesce. Ebbene, riuscì a ritrovarla tale e quale!
Anche Santuccio e gli altri rividero i luoghi dove avevano trascorso la loro vita.
Santuccio era vissuto in un quartiere popolare, tra i più vecchi della città, che splendidamente resisteva ai millenni.
C'era ancora la sua casa che qualcuno aveva restaurato con sapienza, lasciandole intatte le preziosità del suo tempo.
Volle portarci più d'una volta i suoi amici.
Lì si trovavano bene.
La gente quando li vedeva arrivare li accoglieva festosamente.
I ragazzi e le ragazze soprattutto scendevano in strada per chiacchierare con loro.
Ne avevano quei giovani di curiosità da soddisfare!
E Santuccio specialmente aveva piacere di rispondere alle loro domande.
Spesso andavano tutti assieme in giro per il cielo con le loro aerobici.
Poiché quei veicoli erano fatti di una lega leggerissima li appendevano ai rami degli alberi quando vi si fermavano sopra a conversare.
Santuccio era morto giovane. Conservava intatto l'entusiasmo di quell'età meravigliosa, e tutti i ragazzini e le ragazzine cercavano soprattutto lui, che era sempre pronto al gioco e allo scherzo.
Serafino, Duccio e gli altri avevano invece un'età più avanzata, meno incline al divertimento. Il più anziano di tutti si chiamava Rainero, detto "Gambone" per via delle sue lunghe gambe, il quale però sapeva farsi voler bene per certe storielle del suo tempo che sapeva raccontare.
Gli si facevano tutt'intorno quando arrivava quel momento, e Gambone lasciava trasparire tutta la sua gioia nel vedersi circondato da quella allegra gioventù.
"Non si raccontano da noi queste storie" gli rivelò una volta una ragazzina. "Noi ci mettiamo davanti ai nostri computer e vediamo soprattutto immagini. Ma quanto è più bello sognare dentro quelle tue dolci parole!"
Una delle giovani si chiamava Maria.
Era forse la più bella del gruppo. Le amiche l'ammiravano, le volevano bene, perché era allegra, ma anche umile, semplice, buona.
Tutte le volte che Gambone raccontava del suo tempo, era lei la più attenta e anche quella che faceva più domande per sapere.
Sembrava provare nostalgia per quel mondo lontano.
Quando poi giocava con Santuccio i suoi occhi irradiavano tutta la gioia della sua dolce età.
Santuccio stravedeva per lei, e uno dei motivi per cui ogni giorno insisteva presso gli amici per andare in quel rione era proprio Maria, con la quale sentiva di poter rivivere i suoi lontani anni di gioventù.
Come somigliavano quei giochi a quelli che aveva fatto da ragazzo! Com'erano identiche ad allora le emozioni che provava quando giocava con quei ragazzini, ma soprattutto con lei, che di continuo lo guardava e cercava di farsi ammirare.
Santuccio se n'era accorto che un giorno sì e un giorno no Maria cambiava di abito!
Si metteva sempre indosso colori di allegria, così come allegri, vivaci, sbarazzini erano i suoi occhi.
Un giorno andò al rione da solo; con una scusa bugiarda lasciò i compagni e fece la posta alla ragazza.
Maria lo vide e subito gli corse incontro, radiosa, bellissima.
Santuccio fu immensamente felice di vedersela comparire davanti tutta per sé.
Parlò con lei, inventò una bugia per giustificare l'assenza degli amici, e alla fine insieme salirono sulle Mura; passeggiarono, risero, godettero il panorama superbo della città antica.
Santuccio si sentì conquistato da Maria.
Nei giorni seguenti di nuovo trovò il modo di incontrarla da solo. Capirono i compagni, e fu proprio Gambone a scherzare per primo con lui.
"Santuccio mio, tu sei bell'e cotto!" gli disse.
E quando tornavano insieme nel rione e avevano davanti tutta quella gioventù, Duccio e Gambone, ma anche Serafino, sbirciavano con malizia le mosse e gli sguardi del loro compagno.
Santuccio non aveva occhi che per la sua Maria.
E Maria lo contraccambiava. Ascoltava con distrazione i discorsi altrui, e subito si faceva attenta appena distingueva la sua voce.
Però Maria giocava anche con gli altri coetanei.
Con loro rideva, correva; a volte con qualcuno in particolare si appartava, lasciava la compagnia.
Santuccio vedeva, si addolorava, non capiva.
Due o tre ragazzi in modo speciale rivaleggiavano con lui. Santuccio non li perdeva d'occhio un solo istante e ne preavvertiva le intenzioni allorché invitavano Maria a trattenersi con loro.
Che sofferenza provava! Com'erano diventate tumultuose, pesanti, le sue giornate!
Ma Maria gli voleva bene?
Tutto faceva intendere di sì e un giorno Santuccio lo domandò espressamente dopo averle dichiarato il suo amore.
"Certo che ti amo!" rispose sorridendo la ragazza.
Qualche tempo dopo però Santuccio vide Maria con uno di quei suoi compagni, e li scoprì teneramente abbracciati.
Che colpo per lui!
Ai suoi tempi le ragazze che si comportavano come Maria erano considerate civettuole, leggere, facili ad innamorarsi di tutti.
Era davvero così anche lei?
Volle rivederla da solo e confidarsi.
Le parlò del suo sentimento, le aprì il suo cuore e le confessò che si sentiva dileggiato, offeso da lei che, pur amandolo, lo faceva soffrire in quel modo.
Maria lo ascoltò dapprima in silenzio, poi domandò spiegazioni sulle cose che aveva udite.
E infine capì e rimase addolorata per lui.
Non esisteva più niente dei sentimenti che Santuccio le aveva rivelato! I secoli, i millenni trascorsi avevano trasformato completamente i comportamenti umani, cancellato ogni cosa di quel passato lontano, ed ora erano altre le preoccupazioni della gente, altri i pensieri, per altre cose batteva il loro cuore.
C'era ancora l'amore, ma esso era diventato un sentimento diffuso, generalizzato, quieto, senza tormenti, estraneo ai rapporti interpersonali, e in modo particolare estraneo proprio ai rapporti tra uomo e donna! Il suo significato si era esteso, aveva ora dimensioni universali. Amare significava in qualche modo semplicemente vivere, essere contenti della propria e dell'altrui esistenza, partecipare intensamente alle gioie della creazione.
Santuccio si sentì ferito a morte.
Non riusciva a spiegarsi come quel sentimento che egli sentiva palpitare dentro di sé, tutto occuparlo, invaderlo, fosse potuto scomparire dal cuore dell'uomo.
Esso era stato per secoli, per millenni, il motore della vita, il desiderio profondo che faceva della donna l'essere più bello e più adorabile della Terra.
Maria lo ascoltava e percepiva anche lei tutto il dolore di quella scoperta.
Santuccio non la rivide più.
I compagni ogni giorno tornarono al rione, parlarono con Maria.
Al loro rientro Santuccio domandava, voleva sapere soprattutto di lei.
Nemmeno Gambone riuscì a convincerlo ad incontrarsi di nuovo con la ragazza.
"È cambiata Maria. Domanda ogni volta di te. Vorrebbe rivederti" gli dicevano.
Ma Santuccio una sera chiamò ad alta voce Dio.
A lui chiese perdono. Lo supplicò di farlo ritornare.
I compagni non lo trovarono più.
Andò Dio stesso ad attenderlo proprio sulla porta.
Quando Santuccio lo vide, s'inginocchiò; Dio lo accarezzò e sorridendo gli mostrò la lunga fila di altri morti che come lui erano voluti ritornare.
"Voltati indietro, Santuccio, e guarda quanti come te sono rimasti delusi dei cambiamenti avvenuti sulla Terra. E guarda bene anche davanti. Vedi? È da giorni e giorni che i morti fanno ritorno nell'aldilà."
"Perché è tanto cambiata la Terra?" provò a domandare.
Ma Dio non rispose. Lasciò solo intendere che ognuno resta legato per sempre al proprio passato, che sembra il migliore. Ma anche l'uomo di quel sesto millennio godeva appieno la vita e poteva dirsi egualmente felice.
"Maria..." sospirò all'improvviso Santuccio, dando un ultimo sguardo alla Terra.
Infine varcò la soglia e subito i sentimenti si quietarono.
Nulla di quanto gli era accaduto ricordò più.

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